L’ironia dell’anima

Barattò, a mo’ di Totò con la fontana di Trevi,
la gestione della laguna di Venezia
a un gruppo di sprovveduti austriaci!
Mi mandò in affanno per i suoi folli giochi,
ma l’inventiva e il successo con
le belle donne furono per me motivo
di orgoglio e la testimonianza
di un uomo di charme e gran classe.
L’avvocato” per amici e conoscenti
si laureò con strabilianti sotterfugi,
domò e irrise con solita ironia
una indecorosa malattia e illuminò
gli ultimi istanti di vita terrena
convolando a sacre nozze
con la sua fidanzata preferita!
Soffrì più per le mie turbe mentali
che per la sua malattia!
Mi amò e mi venerò
come persona speciale!
Mi raccontò come fratello
e mi raccomandò come padre
ai miei stessi figli!
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La libertà di vivere

Al di là della natura
sconfina la vita
che langue in un letto
con la speranza di morire.
Sol se perdi pure la dignità
a te resta la facoltà
di poter decidere
se ti va ancor di soffrire
o se è giunta l'ora di partire.
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L’unione sentimentale

In tempi di crisi coniugale
e di involuzione familiare,
ormai i genitori son compagni,
ben venga pure l'unione civile
dei gay con diritti paritari.
E' bella intesa affettiva
ma per il vincolo matrimoniale
manca il presupposto naturale
mentre ai genitori moderni,
ahimè, quello culturale se,
da asini ripetenti, son tornati
sui banchi da compagni...di scuola.
E con l'adozione del partner,
termine in veste teatrale,
e la maternità surrogata
con l'utero in affitto,
procedura condominiale,
a questi poveri figli
di mamma e papà
resta solo un flebile ricordo
di un tempo che fu.
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Follie epatiche (ultima parte)

E fu sì, con questo sfogo,
nel folle turbinìo
di tal letal pensieri,
che infin riconquistai
la mia viva coscienza.
Nel retro rivoltandomi
ancora io vedea
quell’immane baratro
che a piè pari saltai
e che ad ogni mortal
è sempre alfin fatal.
Ed ancor tutto tremante
per quello strenuo salto
che tutto mi rallegro:
io, unico mortale,
di essere tornato infine
dagli irreversibili limiti
della follia epatica.
Che sempre ti fa stare,
solo tra te e te,
facendoti paventare
e mostri e spie e iene,
su per oscuri confini,
non ben delimitati,
che in ansia ti mantengono
con ritmi circadiani.
Perché tra ansiose notti
che il dì in parte spengea
e poi mi ritornava
con il calar del sole
l’ansia ingravescente
che poi si approfondava
col buio della notte,
tornando le ansiose notti
che il cerchio completava.
In siffatti circuiti
la mente imprigionata
di tal pazza follia,
giammai si liberava
ed infin la pietà divina
di questo si turbò
e per quell’immenso baratro
di nuovo mi buttò
di fronte a tante e sempre
di nuovo amorevolezze,
che lascian imperterriti alcuni,
talaltri fingendo fingono
almeno di assaporarle.
Ma il pazzo impenitente
tutte se le beveva,
procurandosi quel danno,
dianzi irreversibile,
da cui financo uscii
per superior bontà.
Or finalmente in me
nella mia primiera ragione,
come potrò in esse
mai più recidivare,
se al cor non si comanda
nel bene e nel cattivo;
per non vederle proprio,
da solo me ne andrò:
per valli, monti e cieli,
per laghi, fiumi ed oceani,
di nuovo correrò
sol dietro a quella sfera
di cuoio inebriante
ed ancor leggerò un libro,
capendo le parole,
perché si che questa è vita,
non certo le follie
dei pur passati dì.
 
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Follie epatiche (2a parte)

Le “amorevolezze” no,
ma cosa introitar
per le cadenti membra?
Ma benedetto fegato,
pignolo precisone,
non metterti a far capricci
vedendo ovunque impicci
di falsi trasmettitori
perché, in un tozzo di pane,
finanche non puoi vagliare,
che proteine in più
ma cosa ci può star.
E tra le altre cose,
non metterti a far le bizze
ché qualche fugace stipsi
la mente non può offuscare.
Tu, che da sempre il tramite
tra il monte e la valle,
concedi nuovamente ascesa
alla materna linfa vital
per quella miracolosa via
solerte ritentrice
d’ammonio iniquità.
Non far che questa linfa
per arrivar al monte,
dopo travagliosi circuiti,
viziosi e snaturati,
vi giunga ancora impura
per irrorare i suoi fusti
e infin, per tremori e scosse,
ciò che verde era,
trasforma irriverente
in arsi e secchi arbusti.
Mamma mia cara,
pazzo nel tuo nome,
non più ti tormenterò
con firme e giochi vari,
ma non ti lamentar
per fiumi di sciroppo,
miracol di catarsi
e miscele nauseanti:
ancor altro non c’è.
Ma, pur tra tante pene,
non invocar più il nome
di un grande professore,
ché, con pousèe ed emblèe,
il mostro non si doma.
In mental cortocircuito
dopo troppe amare passioni,
per questo intricato impiccio
di mostri, iene e talpe,
per falsi trasmettitori
e con lesto incalzar di gradi
mio padre pur passò.
Ma lui, imperturbabile,
tra tanti intrighi perfidi,
in un batter di baleno
il cielo guadagnò.
 
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